Il circuito neuronale che attiva la resilienza allo stress

Prima o poi tutti ci siamo sentiti paralizzati da una minaccia o da un pericolo. I ricercatori hanno identificato il circuito cerebrale responsabile della reazione di passività in risposta ad una minaccia e allo stress cronico.

In un recente studio, i ricercatori hanno confermato che un circuito neurale che collega due regioni separate del cervello è responsabile del modo con il quale gli animali, compreso l'uomo, reagiscono ad una situazione stressante. 

Il circuito neurale correlato con la risposta allo stress collega la corteccia prefrontale mediale caudale al grigio periacqueduttale dorsolaterale del mesencefalo. È importante stabilire con precisione quali connessioni sono coinvolte nella risposta alle minacce a causa dei noti impatti sulla salute fisica e mentale dello stress cronico.

Molte malattie da stress cronico come la depressione e i disturbi d'ansia sono associate a quello che chiamiamo un comportamento di coping passivo. Sappiamo che molte di queste condizioni sono causate dagli eccessivi stress della vita o da una non efficace risposta alle difficoltà. 

Identificare con esattezza il percorso neurale responsabile della risposta di coping, passivo o attivo, è utile per poter pianificare strategie finalizzate a promuovere la resilienza allo stress.

Ricerche precedenti hanno identificato il tratto che lega il grigio periacqueduttale dorsolaterale alla corteccia prefrontale mediale caudale come un percorso chiave capace di governare la risposta degli animali allo stress. Il team di ricerca ha ora confermato l'importanza del percorso disattivandolo e poi osservando come i topi hanno risposto ad una minaccia.

I topi possono rispondere ad una minaccia fondamentalmente in due modi: passivamente, nel senso che in sostanza non si muovono, si congelano, oppure attivamente, attraverso una serie di comportamenti, come impennarsi sulle zampe posteriori e prepararsi alla lotta o cercando una via di fuga.

Attraverso diversi protocolli sperimentali, i ricercatori hanno associato il tipo di risposta allo stress (attivo o passivo) con l’attivazione o la disattivazione di specifici circuiti neuronali.

Quando i ricercatori hanno inattivato il circuito neurale dello stress dei ratti, gli animali hanno risposto in modo passivo.

Ciò dimostra che questo percorso è necessario per un comportamento di coping attivo.

Successivamente, i ricercatori hanno riattivato lo stesso percorso neurale e i topi hanno cambiato comportamento rispondendo attivamente alle minacce.

Inoltre, i campioni di sangue prelevati prima e dopo l'attivazione dei circuiti neurali dei ratti hanno mostrato che i livelli dell’ormone dello stress non aumentano di fronte alla minaccia quando gli animali rispondevano con strategie di coping attivo.

Ciò significa che attivando il percorso che rende possibile la risposta di coping attivo si ha una sostanziale modulazione degli effetti negativi conseguenti a situazioni di stress.

In un’altra serie di esperimenti, i ricercatori hanno sottoposto i ratti a stress cronico variabile, il che significa che gli animali sono stati esposti a stress regolare per due settimane. 

Dopo il condizionamento di due settimane, i topi sono stati posti in gabbie ed esposti alla minaccia. Come era prevedibile gli animali hanno reagito passivamente, non si sono mossi e i loro ormoni dello stress risultavano notevolmente aumentati (coping passivo ed impotenza appresa).

Gli esperimenti sullo stress cronico che coinvolgono animali sono importanti perché gli essere umani sono costantemente immersi in una condizione di potenziale stress cronico (il cervello umano, che di fatto è una macchina finalizzata a fare previsioni, è ininterrottamente inondato da innumerevoli stimoli molti dei quali potenzialmente allarmanti). 

Per ragioni ancora non del tutto chiare, alcune persone sembrano essere schiacciate anche da carichi di stress non eccessivi, sviluppando disturbi fisici e mentali. Altre, invece, mostrano poca o nessuna memoria per gli stress passati e reagiscono attivandosi anche in situazioni di estrema difficoltà.

I ricercatori chiamano questo comportamento “resilienza allo stress”.

È possibile che la migliore comprensione dei circuiti coinvolti nella risposta alle minacce potrà, un giorno, portare a strategie sempre più efficaci nella gestione dello stress e nella promozione di strategie di resilienza.

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