Ecco come funziona il cervello quando scegliamo di aiutare qualcuno in pericolo

Come fanno le persone a decidere se intervenire per dare aiuto quando si accorgono che gli altri sono in pericolo? I ricercatori mostrano che lo stesso sistema cerebrale che ci consente di valutare e di evitare il pericolo si attiva anche durante il comportamento altruistico di aiuto.

La capacità di empatia è stata a lungo considerata la forza trainante alla base dei gesti di soccorso. Ma quando decidiamo di aiutare qualcuno che è in pericolo, dobbiamo considerare non solo l’empatia per l'angoscia dell'altra persona, ma anche il rischio che rappresenta per noi il fornire aiuto.

Aiutare qualcuno in pericolo (ad es. salvare una persona caduta sui binari del treno o entrare in un edificio in fiamme per soccorrere qualcuno) può esporci a rischi gravi o mortali. Tuttavia, tali comportamenti di aiuto sono osservati in tutte le specie.

L'aiuto nel momento del pericolo differisce dalle altre azioni altruistiche in quanto si verifica in presenza simultanea di due segnali altamente salienti: l'angoscia di un conspecifico bisognoso e una potenziale minaccia per il sé.

Negli esseri umani, le risposte difensive alla minaccia sono classificate in funzione della vicinanza o dell'imminenza dello stimolo minaccioso, man mano che l'imminenza della minaccia aumenta e un attacco diventa più probabile, vengono attivate risposte fisse e specifiche per ogni specie, come il congelamento o, se è necessario evitare il pericolo immediatamente, il combattimento e la fuga.

Lo studio ha incluso 49 volontari sani a cui è stato chiesto di decidere se volevano aiutare un'altra persona ad evitare il disagio di una scossa elettrica. Se avessero deciso di aiutare, avrebbero rischiato di ricevere loro stessi la scossa elettrica al posto della “vittima”.

La persona era visibile su uno schermo e l'attività nel cervello dei partecipanti è stata registrata con uno scanner fMRI (risonanza magnetica funzionale).

Ai partecipanti veniva anche comunicato l’intervallo di tempo che restava prima della somministrazione dello shock elettrico.
I ricercatori hanno così potuto misurare anche le reazioni cerebrali relative alla vicinanza di una minaccia.

Uno degli obiettivi della ricerca era di determinare se le decisioni di aiuto fossero guidate principalmente dalla risposta al disagio di un'altra persona, dal proprio stato difensivo o da entrambi.

I risultati mostrano che i sistemi nel cervello che consentono alle persone di valutare e, se necessario evitare il pericolo, sono coinvolti anche nel comportamento altruistico di aiuto nei confronti di individui sconosciuti. 

Ad esempio, una regione evolutivamente antica del cervello, l'amigdala, che è nota per essere responsabile dei comportamenti di difesa, è attiva anche nella scelta relativa al prestare aiuto.

I ricercatori hanno osservato che l'intensità con cui l'amigdala e la regione dell'insula del cervello rappresentano la minaccia, e non l’empatia per l'angoscia dell'altro, potevano prevedere se la persona avrebbe aiutato. 

Altre parti del cervello, che sono note per essere collegate alle funzioni cognitive, non sono risultate associate al comportamento di aiuto quando la minaccia era imminente.

In altre parole, quanto più fortemente queste regioni del cervello, in particolare l'amigdala, rappresentavano la minaccia per se stessi, tanto più frequentemente il partecipante decideva di aiutare.

I risultati hanno fortemente suggerito che i circuiti neurali che coordinano le risposte di evitamento rapido da minacce autodirette sono anche alla base della protezione degli altri in situazioni pericolose. Inoltre, la misura con cui le regioni difensive chiave (amigdala e insula) rappresentano la minaccia per il sé (e non il disagio degli altri) predice le decisioni di aiuto con maggiore precisione.

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