
Siamo tutti dipendenti dallo smartphone? Si.

La tecnologia è fantastica, è divertente, è utile e spesso ci semplifica enormemente la vita, tuttavia può nascondere delle insidie pericolose.
Il pericolo non è nello strumento tecnologico in sé, ma nell’uso che ne facciamo. O meglio nell’abuso. In effetti è quasi sempre una questione di dosi; “è la dose che fa il veleno”, sentenziava circa cinquecento anni fa Paracelso.
Il problema è proprio nella capacità che abbiamo o, che più spesso non abbiamo, di mantenere un equilibrio sufficientemente sano con gli strumenti tecnologici.
La maggior parte di noi è palesemente fuori da questo equilibrio, tuttavia non ne sembra affatto spaventata.
Ogni volta che il telefono squilla, ogni bip che ci notifica un nuovo messaggio di Facebook o WhatsApp, ogni nuova pubblicazione su YouTube o Instagram di cui siamo prontamente avvertiti si traduce in una scarica di dopamina nel nostro cervello.
Ad ogni notifica segue una piccola dose di dopamina.
La dopamina è la sostanza chimica che viene rilasciata quando usiamo alcol, nicotina e sostanze psicoattive ad uso ricreativo, nonché quando giochiamo d’azzardo.
Il rilascio di dopamina è il meccanismo che sta alla base di ogni dipendenza.
La dopamina fa anche cose molto utili per la nostra sopravvivenza, ma uno squilibrio nei meccanismi di produzione e di rilascio è quasi sempre causa di brutte conseguenze.
A tutti piace godersi un po’ la vita. Nessuno vuole chiudersi in convento, e quindi un drink ogni tanto può anche starci. Ma troppo alcol spesso ti porta ai margini della società.
Giocare d’azzardo a Natale con gli amici, al casinò quando si va in vacanza, o puntare sulla lotteria non ha mai ucciso nessuno, ma buttare via tutta la pensione con i gratta e vinci è un altro discorso.
È una questione di equilibrio.
Troppa tecnologia nella nostra vita può far danni simili. Ma sembriamo non farci caso.
La dipendenza dai social può distruggere le nostre relazioni nel mondo reale.
Quando ti svegli la mattina controlli il telefono prima di salutare il tuo partner?
Ti capita di sentire dei bip fantasma anche in assenza di reali notifiche?
Non sei capace di passare più di un paio di ore senza controllare chi ti ha messaggiato?
Questi sono i segni di una dipendenza!
Non credi? Quando è stata l’ultima volta che non hai usato lo smartphone per un intero giorno?
Siamo dipendenti dalla tecnologia. Non solo nel senso che in assenza di tecnologia il mondo come lo conosciamo collasserebbe in un solo giorno, ma proprio nel senso clinico del termine.
In assenza dei continui stimoli dopaminergici che provengono dai nostri smartphone andiamo letteralmente in crisi da astinenza.
Come per gli alcolisti, il primo passo consiste nel vedere il problema, così anche per noi il primo passo consiste nel testare con mano, nelle nostre vite, quanto stiamo abusando dei nuovi strumenti digitali.
Tuttavia, il vero problema riguarda i bambini o, più in generale, riguarda tutti quei soggetti che non hanno una esperienza del mondo pre-social con la quale fare il paragone. Il problema più grande lo deve affrontare chi non ha la memoria di come erano i rapporti umani e di come si gestivano i momenti di disagio emotivo prima della deriva tecnologica.
Quasi tutti gli alcolisti hanno scoperto l'alcol da giovani. Quando siamo dei bambini l'unica cosa di cui abbiamo bisogno è l’approvazione dei nostri genitori, quando attraversiamo l'adolescenza però i nostri genitori non ci bastano più.
Abbiamo bisogno anche dell’approvazione dei nostri coetanei.
È un’età molto stressante e difficile, e dovremmo imparare proprio in questo momento di ansia e di paura a fare affidamento sui nostri migliori amici per ottenere l'aiuto di cui abbiamo bisogno.
Se però capita che scopriamo che anche l’alcol può essere un buon amico perché “non tradisce mai” e perché ci da un buon supporto per gestire le nostre ansie, allora il nostro sistema dopaminergico creerà delle associazioni profonde (di fatto degli apprendimenti) capaci di influenzare tutto il resto della nostra vita.
Il nostro cervello sarà cablato per cercare l’alcol quando si troverà a dover affrontare gli inevitabili stress della vita.
Se avrai un problema finanziario, di salute o amoroso non andrai a cercare un buon amico con il quale farti una bella chiacchierata, andrai a cercare una bottiglia di vino, o meglio di grappa.
Per arginare questi pericoli abbiamo creato delle leggi che vietano il consumo di alcolici, di tabacco e il gioco d’azzardo a soggetti minori di una certa età.
Il ragionamento è semplice: un qualsiasi cervello, soprattutto se troppo giovane, non può in alcun modo contrastare i meccanismi della dipendenza se esposto agli stimoli che l'apprendimento ha reso capaci di innescare il rilascio di dopamina.
I social media, e la tecnologia in genere, attivano le stesse risposte biologiche che vengono innescate dalle altre attività capaci di generare dipendenza, tuttavia non sono in alcun modo regolate né percepite come un pericolo per la salute nostra o dei nostri figli.
Metaforicamente è come se dicessimo ai nostri bambini: “lo sappiamo che non è piacevole quando i genitori litigano, oppure quando le cose a scuola non vanno bene, o ancora quando gli amici ti trattano male, quindi non vi preoccupate, aprite pure la dispensa dove ci sono i super alcolici e bevete fino a che l’ansia e il dolore non se ne vanno via”.
Detta così suona male, ma quante volte vi sarà capitato di dare lo smartphone in mano al vostro bambino per poter continuare a litigare in santa pace con il partner!
Rischiamo di creare un'intera generazione di dipendenti dai social e dalla tecnologia, totalmente incapaci di gestire lo stress e l’ansia in modi diversi da quelli veicolati dai loro smartphone.
Dipendenza veicolata dalla dopamina sommata all'incapacità di sfruttare strategie di gestione dell’ansia e del conflitto per assenza di apprendimento e di abitudine.
Perché rivolgersi ad un amico reale se si può ottenere consenso dai follower con una bella foto?
Mi sento solo, ma non ho la capacità di avvicinare i miei simili, allora mi rivolgo al telefono e all’inizio sembra anche funzionare, ma poi mi fa sentire ancora più solo.
Aumenta il senso di solitudine, l’ansia, la disperazione e le poche relazioni sociali reali ne escono distrutte.
Hai presente quella fastidiosa sensazione che provi quando stai parlando con qualcuno, squilla il telefono o peggio arriva un messaggio WhatsApp e il tuo interlocutore interrompe la comunicazione per interagire con il suo dispositivo. Ti lascia li come un idiota ad attendere educatamente il tuo turno, poi quando torna alla conversazione lo vedi che è ancora distratto, probabilmente vorrebbe mandare un messaggio o un vocale, ma si sente obbligato a rimandare per educazione. La sua mente è altrove, il dialogo che c’era prima è ormai perso e tutti e due restate con un senso di incompiutezza e di fastidio e magari vi sorprendete a rimpiangere i bei tempi andati dove di telefono ce n’era solo uno per ogni famiglia.
Aver vissuto in un epoca meno smart permette di cogliere la differenza, permette di attingere ad un ricordo per fare il confronto con un modo di comunicare più semplice, meno multitasking (forse non lo sapete ma il multitasking in realtà non esiste, è solo apparente, in realtà l’attenzione si sposta da un compito all’altro con relativi tempi di latenza). Permette di sentire quel fastidio che ci fa dire “qui qualcosa non va!”.
Ora immaginate un’intera generazione che non ha alcuna memoria di un mondo dove la dopamina te la dovevi procurare inventandoti dei giochi, magari dopo esserti annoiato per qualche ora. Una generazione che non sente alcun attrito né fastidio interno mentre passa ore a spulciare tra chilometri di post pubblicati su Facebook o WhatsApp.
I post scorrono veloci e l’inconscio cognitivo assimila l’unica informazione apparentemente ridondante e cioè che tutti sono più felici, ricchi e belli di te, e tu dopato fino al midollo alla fine ti addormenti con un vago senso di inadeguatezza. Inadeguatezza che piano piano si trasforma in ansia, angoscia e alla fine diventa depressione.
Un’intera generazione che cresce con la dipendenza da contenuti mediati dalla tecnologia, incapace di relazionarsi a livello emotivo perché poco allenata a farlo, afflitta da un maggiore senso di solitudine e di isolamento.
I risultati li stiamo già vedendo: aumentano i tassi di suicidio, di decessi per overdose accidentale e il numero di omicidi di massa (oltre 70 sparatorie scolastiche perpetrate da bambini nati dopo l'anno 1984).
Le scuole e le università notano un numero mai visto prima di richieste di permessi legati a disagi psichici quali ansia e depressione.
Abbiamo una generazione che dipende (in senso clinico) dagli strumenti tecnologici. Ragazzi e ragazze che non possono staccarsi dallo smartphone per più di qualche ora senza essere terrorizzati dall’idea che la loro vita sociale ne potrebbe essere danneggiata.
Una generazione di individui poco capaci di chiedere aiuto, poco allenati a trovare normale il fatto di percepirsi in difficoltà, di sentirsi fragili. Fragili ci si sentono, ma lo considerano strano, anormale, non condivisibile.
Una generazione di esperti nel filtrare le immagini che propongono di sé, abili nel mascherare il dolore e la sofferenza. Se guardi i profili Instagram di ragazzi e ragazze che si sono tolti la vita, appaiono spesso come perfetti: atletici, intelligenti, popolari. Dai profili social non emerge nulla che faccia pensare alla depressione, all’angoscia, all’ansia.
Una generazione di fenomeni, cresciuti nell’illusione di essere speciali, diversi, migliori. I loro genitori, probabilmente "cresciuti con troppi calci", hanno compensato dando ai loro figli l’illusione di poter fare tutto. Tu puoi avere ciò che vuoi, puoi diventare quello che ti pare. I ragazzi vanno a scuola, si laureano e poi in una attimo scoprono che non sono speciali, che non possono fare il lavoro per il quale hanno studiato, che non possono comprare la casa dei loro sogni solo perché la desiderano. Si sentono dei falliti. E si accorgono che in un attimo devono abituarsi a gestire la frustrazione che i loro genitori hanno imparato a sopportare con lunghi anni di piccoli e progressivi fallimenti.
Quando si sentono fragili, incapaci di chiedere aiuto, si rivolgono ai social (come l’alcolista con la bottiglia) in cerca di conferme, di like, di “mi piace”. E se qualcuno toglie l'amicizia, magari proprio perché hanno provato a mostrare un pezzo vero di loro, allora tutto crolla.
Una generazione incapace di tollerare l’attesa. Il tempo tra un post e i primi feedback positivi è vissuto con angoscia, con timore. E se i feedback non arrivano, presto bisogna rimuovere il post evidentemente non gradito ai follower.
La gratificazione deve essere immediata, vuoi comprare qualcosa, vai su Amazon e il giorno dopo è tua. Vuoi vedere un film, c’è solo l’imbarazzo della scelta tra le piattaforme in streaming. Vuoi conoscere qualcuno, basta una richiesta di amicizia sui social. Nessuna attesa.
Peccato che di solito le cose importanti della vita te le guadagni proprio grazie alla capacità di procrastinare il soddisfacimento dei bisogni immediati per favorire una strategia più a lungo termine. La capacità di rimandare, di aspettare, di pianificare è una abilità che si impara, che si coltiva. Se sei abituato ad avere tutto e subito come fai a resistere quando sei costretto ad aspettare. Quando i risultati non sono evidenti e non sono neanche sicuri. L’unica cosa che puoi fare è abbandonare e dirigerti verso mete più facili e sicure, verso il tuo smartphone.
I campanelli d’allarme ci sono tutti. Dobbiamo smettere di dare ai nostri figli libero accesso ai social, con la scusa che tanto lo fanno tutti e che così, almeno, li possiamo controllare in caso di emergenza.
La mente dei ragazzi non è abbastanza matura per poter gestire i meccanismi della dipendenza guidati dalla dopamina (in realtà non lo è neanche la mente di molti adulti). Non possiamo fare affidamento sulla loro forza di volontà, soprattutto se consideriamo le enormi pressioni imposte dalla norma sociale data dai loro coetanei.
I meccanismi della dipendenza sono semplicemente troppo forti. Se hai problemi con l’alcol e sai che non riesci a resistere l’unica cosa utile da fare è non tenere alcol in casa.
La tua forza di volontà è inversamente proporzionale alla distanza dallo stimolo dal quale dipendi. Se lo stimolo è lontano, non visibile, difficilmente raggiungibile, scomodo da ottenere allora forse riuscirai a resistere, ma se lo stimolo è lì a portata di mano la tua forza di volontà dura il tempo che sei capace di restare concentrato sul presente, e se non sei un monaco tibetano, ciò equivale ad una manciata di secondi.
I ragazzi in assenza di limitazioni non riescono a mettere una distanza sufficiente tra loro e lo smartphone, al contrario il dispositivo assume il ruolo di porta d’accesso verso il mondo.
Basta osservare la disposizione degli oggetti nelle postazione di lavoro di una qualsiasi azienda, i dipendenti più anziani tengono il loro telefono a fianco della tastiera, i giovani lo tengono in mezzo, tra loro e il pc.
Posizionare lo smartphone tra te e il dispositivo sul quale ti dovresti concentrare per essere produttivo ha ovviamente effetti devastanti sulla prestazione, sulla capacità di restare concentrati e sull’efficienza nella gestione delle risorse cognitive.
Cosa possono fare le famiglie per gestire il problema?
Sostanzialmente il principio guida dovrebbe essere quello esposto in precedenza, tenere lo stimolo il più possibile lontano dai bambini e dai ragazzi non facendo mai troppo affidamento sulla loro capacità di controllarsi. È necessario ricordare infatti che la forza di volontà è una risorsa costosa e limitata e che sarebbe un peccato sprecarla per resistere alle tentazioni di un dispositivo elettronico.
Alcune famiglie cambiano costantemente la password del wi-fi, concedendo solo poche ore al giorno di utilizzo dei dati. Altri fanno firmare ai loro figli dei contratti che vincolano l’utilizzo degli smartphone a regole specifiche decise prima dell'acquisto del telefono. La violazione di una delle norme presenti nel contratto porta automaticamente all’impossibilità di utilizzare il telefono per un tempo congruo con la gravità del “reato”.
Tutte strategie sensate ma che spesso corrono il rischio di aumentare la desiderabilità del telefono: se il bambino capisce che può giocare con lo smartphone solo dopo che ha finito i compiti, lo smartphone automaticamente diventa il “premio”. L’oggetto desiderabile che utilizzerò solo dopo aver fatto le cose che, al contrario, mi annoiano.
Forse la cosa migliore che possiamo fare è mostrare un comportamento coerente ed esemplare ai nostri figli. Dare il buon esempio è forse l’unica strada per poter gestire il rischio di una dipendenza che ci riguarda tutti. Gli adulti, che in teoria hanno maggiore controllo sui loro impulsi, dovrebbero limitare al massimo l’utilizzo dei vari dispositivi di intrattenimento, rinunciando alla scusa più comoda che spesso utilizzano per giustificare la loro difficoltà di separazione: “io ci lavoro con questo telefono”.
Così come un alcolizzato decide di togliere tutte le bottiglie dalla sua casa, perché ha capito che non può contare solo sulla sua forza di volontà, allo stesso modo dovremmo allontanare da noi tutti gli stimoli legati ai social ai quali sappiamo di non poter resistere.
Togli il telefono dalla stanza da letto e se hai bisogno della sveglia comprane una per pochi euro. Quando esci con il tuo partner portate un solo telefono, esclusivamente per le emergenze. Quando vi riunite in gruppo con gli amici lasciate i telefoni in un’altra stanza e, se proprio avete necessità di essere reperibili, almeno disattivate i dati del traffico internet.
Utilizzate la vostra forza di volontà per inventare strategie fantasiose ed efficaci che vi facciano stare il più a lungo possibile lontani dallo smartphone. Strategie che una volta pianificate siano in grado di auto attivarsi.




