Rumore. Errori di giudizio casuali, ruminazioni e igiene decisionale.

Immagina di tenere in mano un cronometro. Senza guardare, avvialo e poi cerca di fermarlo quando sono passati esattamente dieci secondi.

Già dopo un paio di tentativi ti sarà chiaro che bloccare il cronometro nel momento esatto è un’impresa impossibile.

A volte sarà troppo presto, a volte troppo tardi. A volte sbaglierai di pochi millisecondi, altre volte di secondi interi.

Alla fine ti ritroverai con una serie di errori che non hanno uno schema riconoscibile e nessuna causa apparente.

Questo è un buon esempio di rumore, una serie di errori casuali di giudizio. Gli errori di giudizio possono essere innocenti e irrilevanti, come nel caso del cronometro, oppure drammaticamente tragici come nel caso delle sentenze emesse da un tribunale.

In entrambi i casi le dinamiche sono comunque le stesse.

Il rumore, inteso come una serie di errori di giudizio casuali, è costantemente presente nella nostra vita, nella nostra quotidianità.

Dopo aver compreso le dinamiche relative al rumore scopriremo le strategie per evitarlo, e sorprendentemente ci sarà evidente che una delle cose che più ci infastidisce del nostro cervello, la ruminazione (il tornare ossessivamente a ragionare sugli stessi pensieri) in realtà è forse il processo migliore che la natura ci ha dato per controllare il rumore insito nei giudizi e nelle scelte che compiamo ogni giorno.

 

Fattori non correlati e imprevedibili possono avere un impatto allarmante sul giudizio umano.

Per capire meglio la natura casuale e strana del tipo di rumore di cui stiamo parlando potremmo sintetizzare affermando che: fattori non correlati ed imprevedibili possono avere un impatto allarmante sul giudizio umano.

Fattori irrilevanti possono influenzare una decisione. Chi decide potrebbe essere influenzato dalla fame, dal caldo, dal fatto che la sua squadra del cuore ha appena perso una partita importante. I ricercatori hanno dimostrato che ciascuno di questi fattori irrilevanti può influenzare le decisioni di funzionari bancari, arbitri, medici e giudici. I fattori casuali e irrilevanti hanno il potere di influenzare pesantemente le decisioni sia della gente comune che degli esperti. L’essere esperti in un determinato settore non protegge i nostri giudizi dal rumore.

 

Il rumore e il bias cognitivo sono due cose diverse, anche se avvolte il bias può generare rumore.

Per capire la differenza tra rumore e bias cognitivo immagina di essere al luna park, fucile a pallini alla mano, nel tentativo di battere i tuoi amici al tiro a segno per vincere il premio più bello.

Dopo una serie di colpi sparati appare evidente che sia tu che i tuoi amici siete dei pessimi tiratori, tuttavia vi accorgete di sbagliare in modi diversi.

Sul tuo bersaglio di carta, i colpi sono distribuiti a formare una nebulosa sparpagliata su tutta la superficie. Qualche colpo è al centro ma molti, apparentemente senza uno schema, sono distribuiti alla periferia del foglio. La posizione dei tuoi colpi sul bersaglio è un buon esempio di rumore.

Sul bersaglio del tuo amico i colpi sembrano raggruppati insieme, ma non al centro, in basso a sinistra. È come se il tuo amico non avesse capito bene dove colpire o come se il suo fucile avesse il mirino non allineato con la canna. Questa sistematica imprecisione è un buon esempio di bias cognitivo, di pregiudizio.

Nel campo della psicologia, il termine bias è spesso utilizzato per identificare i meccanismi cognitivi che distorcono sistematicamente i nostri giudizi.

Il bias di conferma, ad esempio, fa orientare i nostri giudizi verso un risultato desiderato, portandoci ad interpretare le prove in modo distorto.

Basti pensare al tribunale per l'immigrazione di Miami, dove è stato riscontrato che la possibilità di ottenere asilo oscilla tra il 5% e l'88% a seconda di quale tra due giudici ha esaminato il caso. Molto probabilmente questi due giudici soffrivano di una forma abbastanza evidente di bias di conferma. Inutile dire che questo tipo di pregiudizio può avere conseguenze importanti sulla vita delle persone.

Se le decisioni relative ai permessi di asilo fossero rappresentate come una serie di fori prodotti da proiettili su un bersaglio, i due giudici di Miami produrrebbero entrambi bersagli di carta con colpi raggruppati lontano dal centro ed in posizione opposta. Tuttavia se sovrapponessimo su un singolo foglio le decisioni prese dai due giudici insieme con le decisioni degli altri giudici che si occupano di accettare o rifiutare le domande d’asilo otterremo nuovamente una distribuzione apparentemente casuale di colpi, tutti distribuiti in modo più o meno uniforme sul foglio di carta.

Questo tipo di variabilità, in cui i giudizi all'interno di un sistema sono incoerenti l'uno dall'altro, è chiamato rumore di sistema.

 

Gli esseri umani non sono bravi a fare previsioni perché si lasciano influenzare da ciò che sembra giusto.

Negli Stati Uniti il pagamento di una cauzione, anche per i reati più gravi, annulla la carcerazione preventiva in attesa di giudizio. Un giudice responsabile della decisione di concedere la cauzione deve affrontare una grande responsabilità. Dovrebbe tenere un imputato in prigione in attesa del processo, o lasciarlo andare?

Se nega erroneamente la cauzione, l’imputato perderà la libertà, il suo lavoro e forse anche la sua famiglia. D’altra parte, se concede la cauzione a chi non la merita, potrebbe favorire la fuga dell’imputato o peggio rendere possibili altri reati con grave rischio per la società civile.

I giudici responsabili della cauzione fanno appello a tutta la loro esperienza per cercare di prevedere che cosa farà l'imputato se rilasciato. Sfortunatamente, gli umani – e questo include anche i giudici – sono terribili quando si tratta di fare previsioni accurate.

Quando gli esseri umani cercano di fare delle previsioni spesso si lasciano fuorviare da ciò che sembra loro giusto.

Nel 2018, un gruppo di ricerca ha creato un algoritmo che ha prodotto dei giudizi su una serie di casi relativi alla richiesta di cauzione. Analizzando i risultati di circa 760.000 udienze per cauzione hanno scoperto che l'algoritmo avrebbe ridotto, rispetto a quanto ottenuto dal giudizio umano, la popolazione carceraria e i crimini commessi dagli imputati di una sostanziosa percentuale.

Altri studi hanno scoperto che una rudimentale formula basata su due soli fattori, l'età dell'imputato e il numero di condanne, supera anch’essa la capacità di giudizio umano.

Perché giudici esperti, con anni di formazione ed esperienza alle spalle, dovrebbero ottenere valutazioni più scadenti di semplici algoritmi basati su un basso numero di variabili?

La risposta è semplice. I giudici sono umani. 

Quando noi umani tentiamo di predire il futuro, cerchiamo un finale coerente. Nel tentativo di risolvere un enigma mentale, quando arriviamo a una risposta che appare soddisfacente, sperimentiamo un gratificante segnale interno che ci fa dire: Sì, dev'essere proprio così!

Una previsione soddisfacente è coerente con il modo in cui vediamo il mondo, e il potere della  gratificazione emotiva che sperimentiamo quando abbiamo la sensazione di confermare la coerenza del mondo ci rende ciechi.

Non teniamo conto di ciò che non sappiamo (proprio perché non lo sappiamo) e ciò che sappiamo potrebbe essere sbagliato, incompleto o fuorviante.

Anche le regole e gli algoritmi sono ignoranti. Più di noi, in effetti. Ma sono liberi dalle gratificazioni interne, non devono confermare visioni del mondo per ottenere ricompense emotive. In breve, ci superano perché sono privi di rumore.

 

Ignoriamo il rumore perché non è una storia, non ha né senso né coerenza.

La mente umana ama le storie e tende ad organizzare le informazioni strutturando una narrazione coerente e plausibile.

Ovunque le persone devono emettere giudizi o fare previsioni, ci sarà sicuramente del rumore. Ma se il rumore è ovunque, perché non ne abbiamo mai sentito parlare?

Gran parte delle intuizioni della psicologia degli ultimi decenni hanno esplorato il nostro profondo attaccamento per la narrazione. La mente umana sembra comprendere il mondo creando storie: lo fa per spiegare ciò che accade e per poter prevedere ciò che accadrà. Siamo in costante ricerca di coerenza.

Siamo abituati ad attribuire la responsabilità o ad incolpare le persone per eventi che razionalmente sarebbero meglio spiegati da semplici circostanze casuali.

Vediamo personaggi e trame ovunque. E quando la nostra narrazione del modo è messa in discussione, la difendiamo escludendo dal nostro campo percettivo ciò che non riusciamo a spiegare.

Il nostro cervello ha bisogno di creare rassicuranti relazioni di causa effetto, il rumore è per definizione fastidioso, non narrabile, non prevedibile.

Il rumore non è causale e non è coerente con i nostri schemi di comprensione. È senza senso. 

Senza una storia che sia in grado di accogliere il rumore, esso sfugge alla nostra attenzione, lo eliminiamo dalla nostra consapevolezza.

Il rumore, d'altra parte, può essere osservato solo statisticamente.

La variabilità di tutta una serie di valutazioni umane può sembrare basata sul pregiudizio, se vissuta in prima persona. E come abbiamo detto, il pregiudizio può essere anche un fattore che contribuisce realmente alla genesi del rumore (tuttavia, quando non è un fattore reale è comunque un buon modo per narrare e dare senso all’imprevedibilità del caso). Ma quando osserviamo questi fenomeni nel loro insieme, la loro natura casuale e caotica diventa evidente.

 

Possiamo ridurre il rumore facendo la media di tante valutazioni indipendenti relative ad un singolo quesito.

Cosa possiamo fare per riconoscere il rumore ed eliminarlo dalle nostre valutazioni?

Più di cento anni fa Francis Galton, un cugino del più famoso Charles Darwin, visitò una fiera della contea di Plymouth. Mentre passeggiava tra le bancarelle, si imbatté in una gara dove il vincitore doveva indovinare il peso esatto di un bue.

Galton, scienziato polivalente ed intellettuale prolifico, ascoltò con curiosità le stime fornite dai quasi 800 abitanti del villaggio. Al termine della competizione Galton chiese agli organizzatori di poter analizzare i biglietti per un’analisi statistica.

Quando tracciò su un grafico le stime queste apparvero sparse e distribuite in modo casuale. Le valutazioni degli abitanti del villaggio erano “rumorose”. Ma quando Galton calcolò la media delle stime, notò qualcosa di sorprendente, il valore ottenuto era quasi corrispondente al peso esatto dell’animale.

Quindi possiamo cancellare, o ridurre, il rumore facendo la media di un numero elevato di giudizi indipendenti relativi ad una singola richiesta di valutazione.

Galton si era imbattuto in un fenomeno ora noto come saggezza della folla o intelligenza collettiva.

In centinaia di circostanze diverse, è stato dimostrato che ottenere giudizi indipendenti da più soggetti e poi fare la media delle loro risposte è un buon modo per avvicinarsi alla verità.

Ciò accade perché gli errori si distribuiscono in modo casuale e, su grandi numeri, tendono ad annullarsi reciprocamente.

Tuttavia l’intelligenza collettiva funziona solo se si rispettano alcune regole precise: ogni giudice deve essere indipendente dagli altri (per evitare fenomeni di pressione sociale) e la domanda deve essere formulata esattamente nello stesso modo a tutti i soggetti (la stessa richiesta, se formulata in modo diverso ottiene risposte differenti).

Infine, l’intelligenza collettiva non è immune dal rischio di pregiudizio.  Se la folla condivide un pregiudizio, un errore sistematico di giudizio, la media delle risposte dei membri non farà altro che distillare ed amplificare quel pregiudizio, con il vantaggio però di renderlo più evidente e quindi riconoscibile.

 

Per combattere il rumore, devi prima renderlo visibile.

Marvin E. Frankel, un giudice distrettuale degli Stati Uniti, sin dall’inizio della sua carriera si rese conto che per lo stesso crimine un imputato poteva essere condannato ad una pena che oscillava vertiginosamente tra un solo giorno a venticinque anni di prigione.

Nel 1973 Frankel pubblicò un libro che mostrava le disparità nelle condanne per crimini sostanzialmente simili. Ad esempio per il reato di diffusione di assegni falsi un imputato è stato condannato a 30 giorni mentre ad un altro è stata inflitta una pena di 15 anni. Tuttavia il libro, ricco di aneddoti, non rendeva evidente l’aspetto sistemico del problema.

Fu solo nel 1981 che Frankel, alla guida di un gruppo di ricerca, ha sottoposto a 208 giudici federali ad un quesito relativo a 16 reati ipotetici. Utilizzando un approccio più scientifico e statisticamente significativo, è riuscito ad ottenere un prospetto della variabilità nei giudizi emessi dai suoi colleghi.

In quello studio, e in molti altri simili, ciò che è emerso è che nelle condanne per reati penali la norma è la variabilità e non la coerenza dei giudizi emessi. 

Inoltre il giudice Frankel ha dimostrato che un campionamento indipendente e statisticamente significativo può determinare il livello di rumore presente in qualsiasi istituzione nella quale un gruppo di esperti si occupa di valutare casi sostanzialmente simili.

Preso atto che il rumore è comunque presente, quello che si può fare è decidere quanta variabilità di giudizio può essere considerata accettabile.

In un contesto assicurativo, ad esempio, la domanda potrebbe essere: quale differenza si ritiene tollerabile nella stima fatta da diversi periti della medesima compagnia sul risarcimento di un ipotetico danno descritto in modo documentale?

Sottoponendo tutti i periti alla richiesta di valutazione, quello che si ottiene è una serie di stime espresse in modo numerico ed oggettivo. Dall’analisi dei dati si potrà facilmente ricavare il valore della variabilità interna del rumore. A questo punto, constatata la dimensione del problema si potrà decidere di mettere in campo iniziative finalizzate a ridurre il rumore a percentuali più accettabili.

Per una scelta pulita abbiamo bisogno di abituarci all’igiene decisionale.

In chirurgia il semplice gesto di lavarsi le mani ha salvato innumerevoli vite. Tuttavia, questa abitudine, che ora diamo per scontata e che insegniamo anche ai bambini, all’inizio non fu accolta con entusiasmo dai medici, perché ritenuta una inutile perdita di tempo.

Furono necessarie diverse prove empiriche, nonché la scoperta del mondo invisibile dei microrganismi, per rendere la pratica dell'igiene una routine standard nel campo della chirurgia.  

Ora nessun chirurgo si azzarderebbe mai ad operare in condizioni non sterili, perché ha ben chiari i rischi reali ed oggettivi ai quali esporrebbe il suo paziente.

Con una serie di semplici gesti attenti e disciplinati si può impedire infatti ad un numero imprecisato di agenti patogeni di entrare nel corpo di un uomo che deve sottoporsi ad una operazione.

Si può fare la stessa cosa con il problema del rumore in campo decisionale. Il rumore “sporca” il nostro giudizio ed è necessario applicare delle strategie di igiene decisionale per ottimizzare le nostre decisioni.

L'igiene decisionale può ridurre il rumore tuttavia, come per l'igiene del corpo, ciò che conta è la motivazione e la costante disciplina nell’attuare le procedure utili alla prevenzione.

Se non si percepisce chiaramente l’entità del problema, la sua oggettività, difficilmente si avrà la spinta necessaria per tentare di porvi rimedio (il microscopio ha reso chiaro a tutti perché era necessario lavarsi le mani).

Il primo passo per sviluppare l’igiene decisionale – l'equivalente del chirurgo che si lava le mani con il sapone – è imparare a fermarsi e pensare statisticamente prima di prendere qualsiasi decisione importante.

La nostra mente è costantemente alla ricerca di una storia, di una trama da narrare. Sulla base di pochi indizi arriva subito a conclusioni spesso errate. Una volta che il racconto ha preso la sua forma, a causa di meccanismi di attenzione selettiva e di autoconferma, i dati verranno filtrati fino a farci vedere solo ciò che supporta la nostra tesi iniziale.

Questa tendenza naturale alla narrazione alimenta il rumore, sporca il nostro pensiero. Essere consapevoli di questo istinto ci aiuta a fare un passo indietro per ottenere una visione più distaccata e fredda del problema.  

Dovremmo cercare di inquadrare il problema in riferimento ad un insieme di altri problemi simili, ottenendo ciò che Kahneman chiama il punto di vista esterno. Se possibile sarebbe utile anche, suddividere i problemi difficili in quesiti più semplici e farli valutare da un gruppo di giudici indipendenti.

Mentre costruiamo un solido quadro statistico, dovremmo resistere al tentativo di affidarci all'intuizione ed alle prime impressioni.

Tutti amiamo il nostro intuito, ma a volte è necessario sospendere il giudizio in attesa di raccogliere più dati. Avere un pre-giudizio che sia complesso e coerente è emotivamente gratificante, ma quella gratificazione potrebbe essere fuorviante.

 

Senza motivazione il rumore non scompare.

Dopo aver pubblicato i risultati delle sue ricerche, nel 1984 finalmente il giudice Frankel vinse la sua battaglia: il Congresso promulgò il Sentencing Reform Act e subito dopo istituì una serie di rigide linee guida relative alla procedura da seguire per la valutazione dell condanne da infliggere, questo sulla base di un’analisi di 10.000 casi reali.

Secondo le nuove regole, i giudici potevano considerare solo il crimine e la storia criminale dell'imputato (il numero di precedenti condanne).

Il giudice avrebbe dovuto assegnare a ciascuna di queste variabili un valore numerico ed il punteggio risultante avrebbe vincolato il ventaglio delle possibili condanne da infliggere.

In conseguenza di questi provvedimenti il rumore nelle sentenze crollò.

Prima del Sentencing Reform Act, un uomo condannato per spaccio di droga avrebbe avuto una condanna che poteva variare di diversi anni, in base al giudice chiamato a decidere, successivamente tale variabilità scese ad un intervallo di pochi mesi.

Tuttavia i giudici di tutto il paese si sono fortemente lamentati affermando che il loro senso di giustizia, affinato attraverso anni di studio ed esperienza, era ora vincolato ed umiliato da una serie di poche e banali regole matematiche.

Nel 2005, la Corte Suprema ha annullato il Sentencing Reform Act, apparentemente per motivi tecnici e non per la pressione dei giudici scontenti.

Alcuni anni dopo un professore di diritto di Harvard, Crystal Yang, ha condotto un'analisi su 4.000 casi di criminali condannati dopo la revoca del Sentencing Reform Act.

La disparità (o variabilità) tra le sentenze e la media era ora nuovamente raddoppiata. Il rumore era tornato.

Col senno di poi, il giudice Frankel e i suoi collaboratori si resero conto di aver trascurato un punto cruciale nella loro campagna per la riduzione del rumore: non erano riusciti a motivare i giudici.

L'obiettivo del giudizio dovrebbe essere l'accuratezza, non l'espressione personale.

A differenza di altri ambiti come la critica letteraria, lo sport, il cinema o qualsiasi altro settore in cui la diversità di opinioni e di stili genera ricchezza e crescita, la variabilità tra il giudizio di esperti che si trovano a valutare casi sostanzialmente simili è un problema.

Quando due radiologi leggono indipendentemente la stessa radiografia e arrivano a conclusioni radicalmente opposte, uno di loro è in errore (o forse entrambi).

Bisogna concordare sul fatto che l'accuratezza del giudizio ha la massima priorità, e bisogna essere estremamente consapevoli dei costi  spesso altissimo causati dal rumore per accettare di mettere in secondo piano i propri istinti e le proprie sensazioni in favore di procedure che apparentemente sembrano grossolane e meccaniche.

Kahneman, ad esempio, ha condotto uno studio statistico in una compagnia di assicurazioni e ha scoperto che gli assicuratori avevano in media una differenza del 55% nella valutazione dei premi fissati per i clienti. Affinché la compagnia apprezzasse l'importanza di ridurre questo rumore, è stato necessario dimostrare, conti alla mano, che tra le perdite dovute alle sovrastime e quelle dovute alle sottostime il danno per la stessa ammontava a centinaia di milioni di dollari.

Verifiche, regole, abitudine e prevenzione. La riduzione del rumore non è certo un lavoro molto entusiasmante. Ma ignorare il rumore ha un costo terribile. Ci fa sprecare risorse, alimenta l'ingiustizia e a volte causa tragedie personali.

 

Rumore paranoie e ruminazione.

Riassumendo: abbiamo definito il rumore come una serie di errori di giudizio che non hanno uno schema riconoscibile e nessuna causa apparente.

Abbiamo compreso che il rumore è costantemente presente nella nostra vita quotidiana. Possiamo trascurarlo quando si tratta di scelte di poco conto, ma per le scelte importanti, o se siamo dei professionisti che lavorano in strutture complesse, trascurare il rumore non sembra una buona idea.

La prima forma di tutela nei confronti degli errori causati dal rumore consiste infatti nel non ignorare questo fenomeno. Includere il rumore nella narrazione interna. Dargli un ruolo nella trama della storia che raccontiamo per riempire di senso il mondo.

Dopo aver compreso le dinamiche legate al rumore abbiamo scoperto che le migliori strategie che possiamo mettere in campo per ridurlo consistono nel creare un grossa mole di dati, possibilmente indipendenti dai quali ricavare la media e approcciarci all’analisi dei quesiti in modo emotivamente distaccato. Rinunciare all’istinto e alla gratificazione della apparente coerenza narrativa per una più obiettiva analisi statistica. Essere disciplinati nella pratica dell’igiene decisionale.

Ora che siamo arrivati fino a questo punto proviamo ad osservare uno dei processi interni che più ci appare doloroso e fastidioso da un punto di vista ingegneristico. La ruminazione o, meno formalmente, le paranoie (intese in senso non clinico) è uno dei processi mentali che più disturba il nostro equilibrio emotivo.

Continuare a chiedersi per giorni o per settimane se sia giusto accettare quel posto di lavoro, lasciare la compagna di una vita, comprare un auto che non possiamo permetterci, attiva la folla che è in noi.

Ogni scelta che facciamo è finalizzata al soddisfacimento di un bisogno, purtroppo però per ogni bisogno che trova soddisfazione spesso siamo costretti ad ignorarne altri, che posti in secondo piano, giustamente, si ribellano.

Dentro ognuno di noi c’è costantemente una lotta tra i vari bisogni e gli artifici retorici schierati a loro difesa. Ogni bisogno produce un ragionamento che evidenzia alcuni aspetti di un problema mentre ne trascura altri. La lotta è tanto più aspra e crudele quanto più i bisogni sono vitali.

Un pensiero ossessivo che ci perseguita giorno e notte, con la pioggia e con il sole, quando siamo affamati o dopo un pasto pesante, quando siamo attenti o mentre guardiamo un film genera automaticamente un numero enorme di dati. Dati rumorosi e apparentemente confusi. Contrastanti. Ci fa impazzire e ci costringe ad esternalo, a portarlo fuori di noi. Ci affidiamo quindi alla consulenza più o meno neutrale di altre persone esperte del problema o totalmente istintive.

Questo processo allarga la platea dei votanti, prima c’era solo la folla interna, poi arrivano gli amici, i parenti e i professionisti di ogni genere. Il nostro cervello rischia di esplodere, tuttavia il nostro inconscio cognitivo procede con i suoi calcoli. Quando non sarà più possibile procrastinare la decisione, anche se non pienamente convinti, finalmente agiremo. Non sempre la scelta sarà quella giusta, tuttavia la sofferenza provata è il segno tangibile che il nostro cervello ha lottato contro il rumore finché ha potuto, inventando migliaia di scenari diversi e poi confrontandoli per arrivare a quello più plausibile con i dati in nostro possesso.

La ruminazione, in quest’ottica, non sembra così negativa. Dolorosa sì, ma non necessariamente patologica. Come spesso accade la patologia è nella quantità più che nella qualità, la troppa ruminazione può essere pericolosa tanto quanto la troppa sicurezza.

 

Per maggiori informazioni: Noise - Daniel Kahneman