Marijuana e hashish: la metà dei fumatori di tabacco ha usato anche marijuana o hashish almeno una volta nell'ultimo mese.

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La metà dei giovani fumatori di tabacco, di età compresa tra i 18 e i 25 anni, ha assunto anche marijuana negli ultimi 30 giorni. Questi dati, ottenuti attraverso interviste anonime condotte su Facebook, sembrano più preoccupanti rispetto ad altri dati di studi precedenti che indicavano una percentuale di correlazione tra il consumo abituale di tabacco e di marijuana intorno al 35% (su cento fumatori abituali di età compresa tra i 18 e i 25 anni, 35 fanno uso anche di marijuana).

I ricercatori del dipartimento di psichiatria dell'Università di California, San Francisco (UCSF) hanno condotto lo studio con l'obiettivo di verificare se i tassi di correlazione positiva tra chi fa uso di tabacco e chi fa uso di marijuana fossero in qualche modo influenzabili dalla modalità di conduzione delle interviste per il campionamento statistico.

Effettivamente, i tassi ottenuti attraverso un campionamento condotto esclusivamente on-line risultano essere molto più alti rispetto ai risultati ottenuti attraverso le indagini tradizionali basate su interviste faccia a faccia, interviste telefoniche o questionari cartacei.

Sono i neonati a tenere svegli i genitori o, al contrario, i genitori a non far dormire i neonati?

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Secondo i ricercatori del Penn State le madri depresse tendono, con maggiore probabilità rispetto alle madri non depresse, a svegliare inutilmente i loro bambini durante la notte per compensare sentimenti di impotenza e di perdita.

Douglas M. Teti, psicologo e pediatra, afferma che le madri con alti livelli di sintomi depressivi sembrano essere più propense ad occuparsi eccessivamente dei loro bambini, a cercarli durante la notte anche in assenza di una reale esigenza e a passare più tempo del necessario con loro rispetto alle madri con bassi livelli di sintomi depressivi.

Questo comportamento è associato ad un aumento del tempo di veglia dei neonati, in quanto queste donne sembrano cercare i loro bambini anche in assenza di reali bisogni da parte dell'infante. Spesso infatti le madri "depresse" tendono ad interagire con il neonato anche quando questo è addormentato o in dormiveglia, e comunque quando non mostra segnali che indicano la necessità di un supporto.

Shopping compulsivo? Forse ti senti ignorata/o.

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Secondo un nuovo studio pubblicato nella rivista Journal of Consumer Research le persone che si sentono socialmente  ignorate tendono ad aumentare i loro consumi, fino ad arrivare allo shopping compulsivo. Le persone che si sentono respinte, al contrario, sembrano essere più propense a devolvere i loro soldi in offerte di beneficenza.

Il bisogno di "appartenere" è considerato un bisogno universale rintracciabile in ogni cultura, ed in effetti ogni società non è altro che la conseguenza di questo bisogno individuale.

Per vedere quanto forte è la pressione che spinge ad omologarsi, al fine di allontanare il rischio di essere esclusi, basta osservare con attenzione la tendenza all' uniformità nell'abbigliamento di un qualsiasi gruppo sociale (adolescenti in primis).

Ma che cosa accade quando i "soggetti - consumatori" sperimentano sulla loro pelle il rischio di esclusione o di rifiuto sociale?

Insonnia e obesità: dormire poco può far aumentare il nostro indice di massa corporea.

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Può la mancanza di sonno influire in qualche modo sul nostro peso corporeo? Intuitivamente la risposta è sì, infatti si potrebbe pensare che chi dorme meno brucia maggiori quantità di energia e quindi, a parità di cibo assunto, è meno soggetto al rischio di ingrassare.

Tuttavia la ricerca scientifica a volte porta a delle conclusioni contro-intuitive. Un nuovo documento, che analizza i dati relativi agli studi sulla restrizione del sonno, rivela infatti che dormire poco favorisce l'obesità.

La ricerca, pubblicata su The American Journal of Human Biology, dimostra che la deprivazione dal sonno ha un impatto sulla regolazione dell'appetito, sul metabolismo del glucosio e sull'aumento della pressione sanguigna.

L'obesità, e più in generale l'aumento di peso, di solito è la conseguenza di un apporto energetico maggiore rispetto alla quantità di energia consumata per svolgere le normali attività quotidiane.

Come il morbo di Parkinson inizia e come si diffonde: un modello animale.

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L'iniezione nei topi di una piccola quantità di proteina aggregata, la proteina alfa-sinucleina, innesca una serie di eventi a catena che portano alla formazione di una sintomatologia assimilabile al morbo di Parkinson.

È noto che il progressivo accumulo di aggregati della proteina alfa-sinucleina nel cervello dei pazienti con la malattia di Parkinson coincide con l'inizio delle manifestazioni disfunzionali al livello motorio, tuttavia non è chiaro se la sola formazione di questi "grumi" sia da sola sufficiente ad innescare la patologia neuro degenerativa, e in che modo avvenga la diffusione di questi aggregati nel cervello.

Per rispondere a queste domande un gruppo di ricerca della scuola di medicina della University of Pennsylvania ha intrapreso una ricerca su cavie di laboratorio (topi) portatrici di una forma mutata di alfa-sinucleina. Tali cavie presentano i primi sintomi della malattia a circa un anno di vita, ma non prima.

Il ritorno dell’isteria: sintomi spesso confusi con l’epilessia sono in realtà legati ad una scarsa gestione dello stress.

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Un gruppo di psicologi e psichiatri del Johns Hopkins Hospital afferma che più di un terzo dei pazienti ricoverati a causa di sintomatologie epilettiche in realtà risulta essere affetto da disturbi psicologici, non riconducibili a disfunzioni organiche.

La diagnosi in questi casi si trasforma in psychogenic non-epileptic seizures (PNES).

In base all’ICD-10 (Decima revisione della classificazione internazionale delle sindromi e dei disturbi psichici e comportamentali) tale disturbo rientra tra le sindromi dissociative (da conversione), codice F44 e nello specifico si identifica nella definizione di  Convulsioni Dissociative (F44.5): “le convulsioni dissociative (pseudo - convulsioni) possono riprodurre molto fedelmente le convulsioni epilettiche in termini di movimenti, ma nella convulsione psicogena sono rare la morsicatura della lingua, le gravi contusioni dovute alla caduta e l’incontinenza delle urine. Inoltre la perdita di coscienza è assente o è sostituita da uno stato di stupore o di trance”.

Nuova terapia per il disturbo ossessivo compulsivo.

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Mi sono ricordato di chiudere la porta? Ho spento i riscaldamenti? Le luci erano ancora accese quando sono uscito di casa questa mattina? E il gas?

Questi dubbi sono comuni nella vita di tutti noi, ma per chi soffre del disturbo ossessivo compulsivo o DOC (in inglese obsessive-compulsive disorder o OCD) la frequenza di questi pensieri e la necessità di esercitare un controllo costante, attraverso dei comportamenti che spesso assumono le sembianze di veri e propri rituali, rischia di invadere tutto il tempo sottraendo le energie necessarie per ogni altra attività.

L’intera giornata è occupata da una serie interminabile di verifiche, che si fanno sempre più rigorose e rischiano di confinare il soggetto “aree sicure” sempre più ristrette. Con il risultato che diventa difficile anche solo uscire di casa.

Adam Radomsky, un professore del dipartimento di Psicologia della Concordia University sembra aver sviluppato un nuovo protocollo terapeutico efficace per il trattamento del disturbo ossessivo compulsivo.

Stress, depressione, ansia e raffreddore.

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È noto che alti livelli di stress psicologico possono facilitare la comparsa di sintomatologie di tipo ansioso e depressivo, ed è altrettanto noto che lo stress psicologico influenza non solo la mente ma anche il corpo indebolendolo e lasciandolo maggiormente esposto a malattie cardiovascolari e a malattie infettive.

Ma fino ad poco tempo fa non era chiaro il meccanismo che legava lo stress ad una minore capacità di reazione del sistema immunitario.

Ora, grazie al lavoro di un gruppo di ricerca della Carnegie Mellon University, è stato scoperto che lo stress psicologico, intenso o cronico, inibisce la capacità del corpo di regolare la risposta infiammatoria, e di conseguenza lascia il corpo indifeso nei confronti di eventuali attacchi infettivi.

La risposta infiammatoria è in parte regolata dal cortisolo, ma a causa dello stress prolungato sembra che i tessuti diventino meno sensibili a questo ormone e ciò compromette l’innesco del delicato meccanismo che attiva la risposta difensiva.

Depressione: ruminazione negativa, e tendenza a concatenare sempre gli stessi ricordi dolorosi sono due sintomi predittori.

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Gli individui depressi con la tendenza a rimuginare su pensieri negativi, cioè con la tendenza a concatenare idee e ricordi accomunati soprattutto dal fatto di far emergere una visione negativa e pessimistica del mondo, mostrano schemi di attivazione della rete neurale diversi rispetto agli individui sani.

Il rischio di cadere in depressione è maggiore per le persone che hanno la tendenza alla ruminazione negativa, tanto che i ricercatori del Central South University in Hunan, China, ipotizzano sia possibile utilizzare le diverse tipologie di memoria autobiografica come indicatore predittivo per riconoscere i soggetti a rischio di depressione.

Quando si chiede a qualcuno di ricordare un evento specifico, ci si accorge che alcuni soggetti hanno la tendenza a ricordare categorie più ampie di ricordi, richiamando dalle informazioni in memoria maggiori dati del necessario. Questo fenomeno sembra essere legato alla ruminazione negativa e quindi anche alla depressione.

Questa attività auto referenziale innesca una rete di regioni cerebrali chiamata Default Mode Network o DMN

Psicologia sperimentale: Quanto sono intelligenti i neonati?

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Nel 2002, uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature cercava di dimostrare che i bambini di appena 14 mesi erano capaci di sorprendenti abilità cognitive.

Nell'esperimento, un bambino osserva un adulto eseguire un azione non convenzionale, ad esempio accendere una lampada non con le mani, ma con la testa.

Quando successivamente lo stesso bambino entrava in contatto con la lampada nel 70% dei casi imitava l’azione dell’adulto, ma solo se aveva notato che nel compiere l’operazione l’adulto aveva le mani libere. Se al contrario l’adulto aveva le mani coperte da un telo, il bambino imitava l’operazione di accendere la lampada con la testa solo nel 20% dei casi.

Questo risultato è stato spiegato dagli sperimentatori ipotizzando, da parte del bambino, un approccio razionale di questo tipo: “se lui, l’adulto, ha deliberatamente scelto di accendere la lampada con la testa, considerato il fatto che ha le mani libere, forse è così che devo fare anche io” o al contrario “lui ha acceso la lampada con la testa solo perché ha le mani occupate, io non ho bisogno di imitarlo”.

Questa spiegazione, che implica notevoli capacità cognitive, però non sembra essere quella giusta.