Pedofili on-line: come agiscono e come proteggersi

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Secondo una ricerca condotta alla Kingston University il comportamento dei pedofili on-line sta mutando. I predatori sessuali sembrano aver abbandonato le “strategie seduttive” a favore di atteggiamenti molto più veloci e diretti, la conversazione tipica infatti viene “sessualizzata” nell’arco di soli due minuti.

I dati provengono da uno studio durato tre anni basato sull’analisi dettagliata delle chat relative a reati sessuali fornite dalla polizia Inglese ed Italiana e su approfondite interviste fatte a pedofili maschi condannati nel Regno Unito, in Belgio e in Norvegia.

I predatori sessuali agiscono sia nei più diffusi social network , sia nelle reti dedicate esclusivamente al gioco, come ad esempio Xbox Live, in modo estremamente veloce.

Sessualizzano, con inviti diretti ed espliciti, la conversazione nel giro di pochi minuti e se i loro inviti vengono rifiutati o ignorati semplicemente si “spostano alla ricerca di nuove prede”.

Trauma infantile: aumenta il rischio di psico-patologia da 3 a 50 volte.

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Per molti anni gli studi sulle patologie psichiatriche quali la schizofrenia, il disturbo bipolare e la depressione psicotica si sono concentrati sull’analisi dei fattori genetici e  biologici ma ora sembra che un numero sempre maggiore di ricerche evidenziano l’impossibilità di comprendere appieno questi disturbi senza prima guardare all’esperienza di vita di ogni singolo paziente.

Un nuovo studio condotto da un team di ricercatori dell’università di Liverpool e dell’università di Maastricht ha analizzato i risultati di circa 30 anni di ricerca scientifica relativa alla correlazione tra trauma infantile  e sviluppo di una patologia psicotica.

Sono stati esaminati i dati di circa 27.000 pubblicazioni scientifiche, dati che sono stati divisi in tre macro categorie: ricerche relative a bambini che hanno subito con certezza traumi infantili, ricerche su campioni di popolazione scelti in modo casuale e ricerche su pazienti psicotici ai quali è stato chiesto di descrivere la loro infanzia.

In tutte e tre le macro categorie i risultati hanno portato alle medesime conclusioni:

Diagnosticare la depressione maggiore e i disturbi d'ansia: oltre ai sintomi ora è possibile usare le analisi del sangue.

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È stato sviluppato il primo test oggettivo per la diagnosi di depressione in soggetti adolescenti. Un approccio innovativo basato sull'analisi di una serie specifica di marcatori genetici presenti nel sangue dei pazienti.

L'attuale metodo di diagnosi per la depressione, così come per la quasi totalità delle patologie psichiatriche e psicologiche, è soggettivo. Esso si basa infatti sulla capacità del paziente, o dei suoi familiari, di descrivere i sintomi o eventuali comportamenti disfunzionali e sulla capacità del medico di inquadrare correttamente tali segni e sintomi in una diagnosi nosografica.

La diagnosi nosografica ha come riferimento il modello medico della diagnosi delle malattie somatiche, e si basa sull’assunto che i disturbi psicologici, al di là della loro origine organica, psichica o socio ambientale, possano essere descritti come entità distinte l’una dall’altra sulla base di specifici insiemi di segni e sintomi.

Marijuana e hashish: la metà dei fumatori di tabacco ha usato anche marijuana o hashish almeno una volta nell'ultimo mese.

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La metà dei giovani fumatori di tabacco, di età compresa tra i 18 e i 25 anni, ha assunto anche marijuana negli ultimi 30 giorni. Questi dati, ottenuti attraverso interviste anonime condotte su Facebook, sembrano più preoccupanti rispetto ad altri dati di studi precedenti che indicavano una percentuale di correlazione tra il consumo abituale di tabacco e di marijuana intorno al 35% (su cento fumatori abituali di età compresa tra i 18 e i 25 anni, 35 fanno uso anche di marijuana).

I ricercatori del dipartimento di psichiatria dell'Università di California, San Francisco (UCSF) hanno condotto lo studio con l'obiettivo di verificare se i tassi di correlazione positiva tra chi fa uso di tabacco e chi fa uso di marijuana fossero in qualche modo influenzabili dalla modalità di conduzione delle interviste per il campionamento statistico.

Effettivamente, i tassi ottenuti attraverso un campionamento condotto esclusivamente on-line risultano essere molto più alti rispetto ai risultati ottenuti attraverso le indagini tradizionali basate su interviste faccia a faccia, interviste telefoniche o questionari cartacei.

Sono i neonati a tenere svegli i genitori o, al contrario, i genitori a non far dormire i neonati?

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Secondo i ricercatori del Penn State le madri depresse tendono, con maggiore probabilità rispetto alle madri non depresse, a svegliare inutilmente i loro bambini durante la notte per compensare sentimenti di impotenza e di perdita.

Douglas M. Teti, psicologo e pediatra, afferma che le madri con alti livelli di sintomi depressivi sembrano essere più propense ad occuparsi eccessivamente dei loro bambini, a cercarli durante la notte anche in assenza di una reale esigenza e a passare più tempo del necessario con loro rispetto alle madri con bassi livelli di sintomi depressivi.

Questo comportamento è associato ad un aumento del tempo di veglia dei neonati, in quanto queste donne sembrano cercare i loro bambini anche in assenza di reali bisogni da parte dell'infante. Spesso infatti le madri "depresse" tendono ad interagire con il neonato anche quando questo è addormentato o in dormiveglia, e comunque quando non mostra segnali che indicano la necessità di un supporto.

Shopping compulsivo? Forse ti senti ignorata/o.

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Secondo un nuovo studio pubblicato nella rivista Journal of Consumer Research le persone che si sentono socialmente  ignorate tendono ad aumentare i loro consumi, fino ad arrivare allo shopping compulsivo. Le persone che si sentono respinte, al contrario, sembrano essere più propense a devolvere i loro soldi in offerte di beneficenza.

Il bisogno di "appartenere" è considerato un bisogno universale rintracciabile in ogni cultura, ed in effetti ogni società non è altro che la conseguenza di questo bisogno individuale.

Per vedere quanto forte è la pressione che spinge ad omologarsi, al fine di allontanare il rischio di essere esclusi, basta osservare con attenzione la tendenza all' uniformità nell'abbigliamento di un qualsiasi gruppo sociale (adolescenti in primis).

Ma che cosa accade quando i "soggetti - consumatori" sperimentano sulla loro pelle il rischio di esclusione o di rifiuto sociale?

Insonnia e obesità: dormire poco può far aumentare il nostro indice di massa corporea.

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Può la mancanza di sonno influire in qualche modo sul nostro peso corporeo? Intuitivamente la risposta è sì, infatti si potrebbe pensare che chi dorme meno brucia maggiori quantità di energia e quindi, a parità di cibo assunto, è meno soggetto al rischio di ingrassare.

Tuttavia la ricerca scientifica a volte porta a delle conclusioni contro-intuitive. Un nuovo documento, che analizza i dati relativi agli studi sulla restrizione del sonno, rivela infatti che dormire poco favorisce l'obesità.

La ricerca, pubblicata su The American Journal of Human Biology, dimostra che la deprivazione dal sonno ha un impatto sulla regolazione dell'appetito, sul metabolismo del glucosio e sull'aumento della pressione sanguigna.

L'obesità, e più in generale l'aumento di peso, di solito è la conseguenza di un apporto energetico maggiore rispetto alla quantità di energia consumata per svolgere le normali attività quotidiane.

Come il morbo di Parkinson inizia e come si diffonde: un modello animale.

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L'iniezione nei topi di una piccola quantità di proteina aggregata, la proteina alfa-sinucleina, innesca una serie di eventi a catena che portano alla formazione di una sintomatologia assimilabile al morbo di Parkinson.

È noto che il progressivo accumulo di aggregati della proteina alfa-sinucleina nel cervello dei pazienti con la malattia di Parkinson coincide con l'inizio delle manifestazioni disfunzionali al livello motorio, tuttavia non è chiaro se la sola formazione di questi "grumi" sia da sola sufficiente ad innescare la patologia neuro degenerativa, e in che modo avvenga la diffusione di questi aggregati nel cervello.

Per rispondere a queste domande un gruppo di ricerca della scuola di medicina della University of Pennsylvania ha intrapreso una ricerca su cavie di laboratorio (topi) portatrici di una forma mutata di alfa-sinucleina. Tali cavie presentano i primi sintomi della malattia a circa un anno di vita, ma non prima.