
Perché continuiamo a cambiare strategia anche quando abbiamo trovato quella giusta?
Un nuovo studio rivela che sia gli umani che gli animali tendono a sperimentare nuove strategie anche dopo aver appreso quella ottimale. Questo comportamento, apparentemente controintuitivo, potrebbe essere una strategia per adattarsi a un mondo in continuo cambiamento o per scoprire opzioni migliori. La ricerca ha anche implicazioni per lo studio dell'autismo.

- Apprendimento e sperimentazione: Sia gli umani che i primati (marmosette) continuano a modificare il loro approccio a un compito, anche dopo aver imparato la strategia più efficace.
- Motivazioni dell'esplorazione: Questa tendenza potrebbe derivare dalla necessità di adattarsi a cambiamenti imprevisti o dalla ricerca di soluzioni ancora migliori di quelle già note.
- Il modello del "rischio": I partecipanti allo studio hanno mostrato di reagire più velocemente quando uno stimolo visivo rimaneva più a lungo, seguendo un modello di previsione basato sulla probabilità crescente di un evento.
- Influenza delle esperienze recenti: Le azioni dei partecipanti erano influenzate anche dall'esito della prova precedente, suggerendo un continuo aggiornamento delle strategie.
- Implicazioni per l'autismo: La somiglianza tra il comportamento umano e quello delle marmosette supporta l'uso di questi primati come modello per lo studio dei disturbi dello spettro autistico, caratterizzati da differenze nella previsione.
Introduzione: un comportamento inaspettato
Immaginate di aver finalmente imparato la strategia perfetta per risolvere un problema. Sareste tentati di continuare a seguirla, giusto? Eppure, un nuovo studio condotto dal MIT (Massachusetts Institute of Technology) suggerisce che sia gli umani che gli animali, in particolare i primati, hanno una tendenza innata a deviare da questa logica. Anche dopo aver appreso l'approccio "giusto", continuiamo a esplorare nuove possibilità, a volte a costo di commettere errori.
Lo studio: prevedere la durata di un'immagine
La ricerca, pubblicata sulla rivista Current Biology, ha coinvolto tre esseri umani e due marmosette (piccoli primati). Il compito era semplice: i partecipanti dovevano premere un pulsante quando un'immagine scompariva da uno schermo. La durata dell'immagine variava in modo casuale, ma entro un intervallo di tempo limitato. L'obiettivo era reagire il più velocemente possibile, senza però anticipare la scomparsa dell'immagine.
I ricercatori, guidati da Mriganka Sur, professore di Neuroscienze al Picower Institute for Learning and Memory del MIT, hanno osservato che sia gli umani che le marmosette imparavano rapidamente a prevedere la durata dell'immagine. Seguivano un modello di previsione chiamato "modello del rischio" (hazard model): più a lungo l'immagine rimaneva sullo schermo, maggiore era la probabilità che scomparisse a breve, e quindi più rapida doveva essere la reazione.
Oltre l'apprendimento: la persistenza dell'esplorazione
Fin qui, tutto logico. Ma l'aspetto sorprendente è emerso quando i ricercatori hanno analizzato i dati in dettaglio. Hanno scoperto che i partecipanti, pur avendo appreso il modello del rischio, continuavano a modificare il loro comportamento in base all'esito della prova precedente. Se l'immagine era scomparsa rapidamente in una prova, nella successiva tendevano ad anticipare la reazione, e viceversa. Questo comportamento è stato definito "esplorazione", in contrapposizione a "sfruttamento" (della strategia appresa). In altre parole, anche quando sapevano cosa fare, i partecipanti sentivano il bisogno di provare qualcosa di diverso.
"Se l'obiettivo è massimizzare la ricompensa, non dovresti mai deviare una volta trovata la soluzione perfetta, eppure continui a esplorare", afferma il professor Sur.
Perché esploriamo?
Questo comportamento potrebbe sembrare controproducente, ma secondo i ricercatori ha una sua logica. Ci sono almeno due possibili spiegazioni:
- Adattamento all'incertezza: In un mondo in continuo cambiamento, le regole di un compito potrebbero non rimanere sempre le stesse. Esplorare nuove strategie potrebbe aiutare a individuare eventuali cambiamenti e ad adattarsi di conseguenza.
- Ricerca dell'ottimizzazione: Anche quando si è trovata una buona soluzione, potrebbe essercene una ancora migliore. Continuare a esplorare è un modo per scoprirlo. Il professor Sur paragona questo comportamento alla nostra tendenza a provare cibi diversi, anche quando abbiamo i nostri preferiti: "Non si sa mai, potremmo scoprire qualcosa di nuovo che ci piace ancora di più".
Un modello per l'autismo
La somiglianza tra il comportamento degli umani e quello delle marmosette è un altro aspetto importante dello studio. Le differenze nella capacità di fare previsioni sono considerate una caratteristica dei disturbi dello spettro autistico. Poiché le marmosette sono animali sociali e cognitivamente più avanzati dei topi, alcuni laboratori hanno iniziato a utilizzarle come modello per studiare l'autismo. La ricerca del MIT conferma che le marmosette mostrano un comportamento simile a quello umano in compiti di previsione, supportando l'idea che possano essere un modello valido per studiare le basi neurali dell'autismo.
Conclusioni: l'importanza di essere curiosi
Lo studio del MIT ci ricorda che l'apprendimento non è un processo statico. Anche quando abbiamo imparato una strategia efficace, la nostra mente continua a cercare nuove possibilità. Questa tendenza all'esplorazione, che condividiamo con altri animali, potrebbe essere una chiave per la nostra adattabilità e per la scoperta di soluzioni sempre migliori. E, nel caso dell'autismo, potrebbe aprire nuove strade per la comprensione e il trattamento di questo disturbo.
Data di pubblicazione: 18/02/2025




